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Rifiuto di svolgere mansioni inferiori: quando è legittimo?

E' possibile rifiutare lo svolgimento delle mansioni inferiori solo in casi estremi

Rifiuto di svolgere mansioni inferiori: quando è legittimo?

Con la sentenza del 19 gennaio 2016, n. 831, la Suprema Corte è tornata ad esprimersi in merito al rifiuto del lavoratore di svolgere le inferiori mansioni cui ritenga di essere stato illegittimamente adibito dal datore di lavoro.

La vicenda riguardava un dipendente di Poste Italiane Spa asseritamente demansionato e che, rifiutatosi di ottemperare alla disposizione datoriale, era stato prontamente licenziato. Impugnato il licenziamento, lo stesso era stato confermato sia dal Tribunale di Milano che dalla Corte d’Appello del capoluogo lombardo.
La Suprema Corte ha infine respinto l’impugnazione della sentenza d’appello, sottolineando come il lavoratore adibito a mansioni non rispondenti alla qualifica possa chiedere giudizialmente la riconduzione della prestazione nell’ambito della qualifica di appartenenza, ma non possa rifiutarsi aprioristicamente, senza avallo giudiziario, di eseguire la prestazione richiestagli, essendo egli tenuto a osservare le disposizioni per l’esecuzione del lavoro impartite dall’imprenditore.
Il rifiuto può considerarsi legittimo nella sola ipotesi in cui lo stesso esprima il diritto del lavoratore di reagire all’inadempimento datoriale (ai sensi dell’art. 1460 c.c.); è tuttavia necessario che l’inadempimento del datore di lavoro sia totale o, comunque, tanto grave da incidere in maniera irrimediabile sulle esigenze vitali del lavoratore medesimo (ipotesi non ricorrente nel caso esaminato dalla Corte di Cassazione).

In sintesi, al di fuori di tali ipotesi del tutto eccezionali, è buona norma per il dipendente “demansionato” astenersi dal rifiutare lo svolgimento della prestazione fintantoché l’illegittimità del comportamento datoriale non sia stata dichiarata in sede giudiziale.

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