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Reintegra del lavoratore licenziato presso il datore di lavoro fallito

Con sentenza n. 2975 del 3 febbraio 2017 la Suprema Corte - Sezione Lavoro si è espressa sul tema dei diritti del lavoratore licenziato illegittimamente priva che l'impresa datrice di lavoro fosse dichiarata fallita.

Azienda fallita: il lavoratore licenziato prima del fallimento del datore può essere reintegrato

Con sentenza n. 2975 del 3 febbraio 2017 la Suprema Corte – Sezione Lavoro si è espressa sul tema dei diritti del lavoratore licenziato illegittimamente priva che l’impresa datrice di lavoro fosse dichiarata fallita.

Il caso all’esame della Corte di Cassazione.

La pronuncia ha ad oggetto l’impugnazione proposta da un lavoratore avverso alla sentenza della Corte d’Appello di Brescia che, pur avendo dichiarato l’illegittimità del licenziamento per superamento del periodo di comporto, si era tuttavia astenuta dal disporre la reintegra del lavoratore nel posto di lavoro o di pronunciarsi sulle conseguenze economiche derivanti dal licenziamento stesso proprio sul presupposto che la spa datrice di lavoro era fallita nelle more del giudizio.
Tale omissione è stata quindi criticata dal lavoratore sottolineando come, in mancanza di una pronuncia ad hoc, lo stesso non avrebbe potuto essere considerato in forza della società fallita e passare – insieme agli altri dipendenti della stessa – alle dipendenze dell’impresa che stava proseguendo l’attività a seguito dell’affitto di un ramo della medesima azienda.

Le motivazioni.

La Corte di Cassazione ha innanzitutto richiamato il costante orientamento in virtù del quale, ove il lavoratore abbia domandato (oltre alla dichiarazione di illegittimità o inefficacia del licenziamento, anche) la reintegrazione nel posto di lavoro, la stessa dev’essere decisa dal giudice del lavoro e non dal tribunale fallimentare, mentre spetta a quest’ultimo la valutazione delle pretese di contenuto patrimoniale.
La domanda di reintegrazione, infatti, si fonda anche sull’interesse dello stesso lavoratore a tutelare la sua posizione all’interno dell’impresa fallita, sia per l’eventualità che riprenda l’attività lavorativa (ad esempio in caso di concordato fallimentare, di esercizio provvisorio dell’impresa fallita o di cessione dell’azienda come avvenuto nel caso di specie), sia per tutelare i connessi diritti non patrimoniali.
La pronuncia di reintegra (naturalmente, ove la domanda risulti fondata) non è impedita nemmeno dall’eventualità in cui l’attività della società fallita sia effettivamente cessata, posto che il lavoratore ha interesse non solo al concreto ripristino della prestazione lavorativa, ma anche alle possibili utilità connesse al ripristino del rapporto. Quest’ultimo si trova infatti in uno stato di quiescenza dal quale potrebbero scaturire tanto il diritto alla successiva riammissione in servizio in caso di riattivazione dell’attività aziendale, quanto una serie di ulteriori benefici come l’indennità di cassa integrazione, di disoccupazione o di mobilità (ora sostituita dalla Naspi).

In conclusione, la pronuncia appare confermare l’opportunità, per i lavoratori illegittimamente licenziati da un’impresa poi dichiarata fallita, di valutare con attenzione l’opportunità di insistere per la reintegrazione nella prospettiva, anche solo potenziale, della prosecuzione dell’attività produttiva o dell’acquisizione di ulteriori utilità di tipo non patrimoniale.

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